A.M.U. OPINION: WEEKLY POINT
venerd́, 30 luglio 2010 | 23:59
Sono passati oramai 14 anni dal momento in cui l'allora "mitico" presidente della FED - Alan Greenspan - coniò la famosa affermazione "esuberanza irrazionale", felice intuizione per definire un momento storico in cui gli investitori (mercati) - come mai nel recente passato - sembravano aver perso la capacità di operare una misura oggettiva dei fondamentali, una stima abile di scontare il valore futuro dei titoli, dunque l'opportunità di un investimento azionario. Quel "monito" finì praticamente inascoltato; la corsa forsennata della "bolla" (dot.com) continuò a gonfiare direttamente ed indirettamente i mercati globali; soltanto 3 anni più tardi il Mondo ebbe modo di dover prendere atto (malauguratamente) delle ragioni di quel "monito". Oggi nuovamente, molto tempo dopo, pur se nel medesimo processo complessivo (boom-smoom), anche il "mitico" Bernanke, il banchiere vivente che come nessun altro ha studiato la "Grande Depressione", ricavandone insegnamenti messi alla dura prova di una crisi "reale" altrettanto severa, imita il Suo predecessore coniando una frase che, a nostro avviso, si candida per diventare altrettanto "epocale", ovvero abile di definire - come allora - un preciso momento storico epocale. C'è una "incertezza inusuale nello stato dell'economia statunitense", ha affermato d'avanti al Congresso degli Stati Uniti, il crocevia delle tendenze globali nel bene e nel male. Allora come oggi, fuori dalle contingenze economiche, l'oggetto del contendere è la constatazione di come cittadini, politica, ed operatori economici, interpretino le attese future, condizionati da percezioni apparentemente giustificate, pur se difficili da distinguere e valutare correttamente. Da una parte infatti è stata dispiegata una guerra senza precedenti alla crisi finanziaria, alle tendenze depressive, alla disoccupazione record. La portata di queste azioni non è passata inosservata: Wall Street valorizza gli sforzi, e sostituisce con speranze ed ottimismo ogni rischio e ogni tentennamento. Ma l'economia reale purtroppo arranca disconnessa, fuori da piroette statistiche favorevoli; e dedotti gli antitodi "nucleari" anticrisi dispiegati, è indubbio poter notare sino a che punto sarebbe ancora in "depressione". Ora, nella prospettiva che l'efficacia della cura si dimostri una mera panacea, diciamo una sorta di "impacco" capace di alleviare l'infiammo, senza risolvere la "frattura" sistemica subita, conscio dei rischi storici "studiati", potenzialmente diviso tra la prospettiva di dover rimodulare la cura, pena il rischio di una overdose fine a se stessa, e quello di dover ammettere l'insuccesso, dunque di dover richiedere (alla Politica) un rincaro delle misure sperimentali adottate, l'ottimismo manifestato dal Presidente della FED ha improvvisamente dovuto cedere all'incedere degli eventi, facendogli confessare ufficialmente (non si sa ancora quanto strumentalmente) le Sue "preoccupazioni". I mercati nell'immediato lo hanno "snobbato", sottovalutando le Sue "inusuali incertezze" (che poi sono quelle globali), valorizzando invece prospettive più rosee su entrambe le sponde dell'Atlantico. C'è da augurarsi che - questa volta - il banchiere centrale più potente, informato, e preparato del pianeta, abbia torto, per esempio come quando disse, soltanto 6 mesi prima del top immobiliare statunitense, che "non ci sono rischi di una bolla immobiliare"; oppure quando - sempre d'avanti al Congresso - escluse che i costi della "crisi sub-prime" potessero eccedere i 50-100 miliardi di dollari; oppure quando - nel 2002 - criticando l'azione della banca centrale giapponese (BOJ), escluse totalmente la possibilità di una simile evoluzione deflattiva anche negli USA, e questo perché: "il sistema bancario statunitense è solido, e più efficace di quello nipponico". Che dire, tutti possono sbagliare, anche Bernanke. Speriamolo.